Calvino insegna. La gavetta in Einaudi

Italo-Calvino

Così entrai alla Einaudi (dell’incontro con l’editore, e soprattutto della mia conoscenza di Giulio Bollati ho già detto), prendendo servizio il 1° settembre di quell’anno. Calvino, puntuale, era lì: e il mio tavolo era perpendicolare al suo, nella stessa stanza. Cominciò il mio anno di praticantato con lui, che non durò i trecentosessantacinque giorni del calendario, perché – prime ferie a parte – Calvino andava e veniva da Roma o da altre città: ma a dimostrazione del concetto espresso da Agostino nelle Confessioni (il tempo non esiste, è una misura interiore dell’uomo) fu il più lungo della mia vita, e certo il più fecondo.
Dirò subito che raramente – sul lavoro, non dico per altro ordine d’esperienze – ho sofferto come in quel periodo. «Io sono per una pedagogia repressiva», aveva dichiarato Calvino, ovviamente con un certo margine d’ironia, in una delle prime sedute d’addestramento: e aveva tenuto fede a quel enunciato.
Preciso anche, per spiegarmi meglio (scrivere di lui e di quell’esperienza, quarant’anni dopo, è per me estremamente difficile), che il criterio a cui s’ispirò fu quello della terza delle Lezioni americane, che – com’è noto – ha per titolo (e contenuto) Esattezza.
Mi limiterò a ricordare le tre componenti dell’esattezza per Italo: 1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; 2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; 3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immagine. E subito sotto, a guisa di sfogo, Calvino confessa una propria «ipersensibilità o allergia»: gli sembra infatti «che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato», e ne prova «un fastidio intollerabile». […]
Dovevo imparare da lui il disegno, le immagini, il linguaggio per ognuna di queste «funzioni». Disegno: «In che collana esce? Quante righe hai? Quante ne vuoi riservare all’intreccio? Quante al suggerimento di lettura?» Aveva cominciato così con me: con domande-osservazioni molto terra terra, che, in realtà, sottintendevano tutta una «teoria della proposta» editoriale, maturata in lui in anni di esperienza quotidiana (quindici, per l’esattezza, all’epoca in cui mi riferisco). «Stai attento che noi non imponiamo mai un libro, ma lo proponiamo. Allo stesso modo, non lo giudichiamo mai, ma suggeriamo una delle tante strade per leggerlo. Non lasciarti andare mai a valutazioni. Tu, al massimo, indichi un percorso: e devi lasciar ben intendere che non è il solo, ma uno dei tanti. Il lettore affronta una prima volta il libro seduto in poltrona, aprendo il giornale e scorrendo la colonnina pubblicitaria: le due, tre righe che trova sotto autore e titolo non devono assolutamente intimorirlo. Incuriosirlo, semmai: e, se possibile, metterlo a suo agio. Solo allora lo affronterà una seconda volta, stavolta in piedi, tra uno scaffale e l’altro del suo libraio. Qui avrai a tua disposizione non più due righe, ma dieci, quindici, venti. Non credere che ti riesca tanto più facile persuaderlo quanto più spazio hai a disposizione. Il lettore, in quel secondo approccio, che è delicatissimo, e di fondamentale importanza perché l’incontro volga a buon fine, è come al secondo appuntamento con una ragazza, con cui ha appena scambiato due battute in tram. Tu andresti avanti con una che ti riversa addosso un catino di parole, la seconda volta che vi vedete? Invece, se costei è riservata senza essere musona, se parla quel tanto che basta da metterti una certa curiosità, tu hai voglia, comunque vadano le cose, di andare avanti. E in libreria, per andare avanti, devi comprare, comunque sia, foss’anche a credito…».

Guido Davico Bonino, da Alfabeto Einaudi, Garzanti

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